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Quando l’Italia affossò Mary Poppins

L’Italia non è un paese per musical, lo sappiamo bene. Più volte definito il cugino imbarazzante del teatro (che già non se la passa benissimo), rappresenta una tradizione anglosassone che fatica tremendamente a trovare radici nello stivale (nonostante possiamo fieramente riconoscergli una buona crescita).

Nel 2019 arriva a Milano un musical strepitoso dal punto di vista musicale, scenografico e coreografico (con gente che balla il tip tap a testa in giù appesa al soffitto del palco, per dire). Storia e canzoni le conosciamo tutti: è Mary Poppins. Cosa potrebbe andare storto?

In effetti, nella cosmopolita città lombarda, gli incassi non vanno male. Magari non sono le cifre che si aspettavano i produttori, chiaro, ma un successo in confronto alle tendenze italiane.

Poi, la nuova missione: Roma, teatro Sistina. L’intera produzione si sposta nel Lazio ed i costi sono enormi. Solo una quantità di biglietti venduti simile a quella di Milano potrebbe salvare un minimo la situazione.

Ma Roma non è così aperta ai grandi show in stile Broadway. Sì, funziona abbastanza bene, ma in pochissimo tempo la produzione si ritrova in difficoltà economiche. Talmente tante che, quando ad inizio 2020 decide di riportare il musical a Milano, non riesce a sostenere le spese.

Chiede quindi ad un’altra compagnia di sostenere le repliche restanti. Ed è qui che la Disney si oppone alla cessione e alla messa in scena. A cinque giorni dal debutto lombardo, Mary Poppins viene cancellato.

Al di là della mancanza di interesse in questo genere, che sicuramente è dovuta ad una cultura e ad una storia diversa del nostro paese, rispetto ai luoghi dove nasce il musical, la nota dolente viene dall’inadeguatezza dei produttori: privati che si fanno guerra tra loro, troppo piccoli per poter sostenere eventi del genere, ma che ci provano lo stesso. Fallendo.

Sì, perché non solo è stata sprecata l’enorme possibilità di far conoscere agli italiani il grande musical in stile Broadway (e quindi prepariamoci a non vederci mai concessi i diritti di riproduzione di altre opere, come Les Misérables), ma questo flop ha rappresentato l’ennesima mazzata sulle spalle dei lavoratori di questo settore. Dai tecnici, agli attori professionisti, che si sono sacrificati nonostante i ritardi nei pagamenti e, alla fine di tutto, si sono trovati senza lavoro a cinque giorni dalla messa in scena, avendo dovuto rinunciare ad altre opportunità proprio perché quel contratto era in esclusiva (per spiegarci meglio, se sei un volto Disney, rappresenti solo la Disney, non puoi lavorare per altri).

È vero, in questi anni il genere musical ha fatto grandi passi in avanti nel nostro paese, ma manca ancora molto per istruire sia il pubblico, che le case di produzione ed i teatri.

Quindi, musical addicted, ora che la pandemia sta concedendo un lento ritorno alle attività ludiche, fatevi sentire! Uscite allo scoperto, scrollatevi la dosso la sensazione di essere quelli con hobby strani e strascinate amici e parenti a teatro (o anche al cinema), per fargli conoscere le emozioni dei grandi musical.

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